“Ti insegnerò tutto quello che so, ma non ti parlerò mai di Dio, né della morte. Ti salverò, ti lascerò un’esistenza da animale.”

“Ti insegnerò tutto quello che so, ma non ti parlerò mai di Dio, né della morte. Ti salverò, ti lascerò un’esistenza da animale.”

I MIEI STUPIDI INTENTI

dal romanzo di Bernardo Zannoni
ideazione VicoQuartoMazzini
regia Michele Altamura, Gabriele Paolocà

Con I miei stupidi intenti, tratto dal romanzo omonimo di Bernardo Zannoni, vincitore del Premio Campiello 2022, la compagnia VicoQuartoMazzini prosegue la sua esplorazione della letteratura contemporanea italiana addentrandosi in un mondo popolato da animali che cercano Dio e poi lo rifiutano, che si sognano uomini e infine preferiscono restare bestie.

Una giovane faina è diventata zoppa mentre cacciava tre uova di pettirosso. A sua madre non serve più e decide di venderla al misero prezzo di una gallina e mezzo. La compra una vecchia volpe usuraia, che decide di mostrarle il suo più grande segreto: un libro sacro, la parola di Dio.
Attraverso la rivelazione della parola e del linguaggio, la faina scopre la percezione del tempo e i suoi paradossi: l’insidia e la consolazione del ricordo, la liberazione e l’abisso della morte. Il potere della scrittura e della lettura diventano la causa e il rimedio, il balsamo e la ferita, la leggerezza e l’oppressione.
È la parabola di un animale che prova ad avvicinarsi a Dio, fallisce, prova di nuovo; di una creatura che ha lo stupido intento di provare ad essere di più di ciò che è.

NOTE DI REGIA

La forza allegorica de I miei stupidi intenti, racchiusa nella dicotomia animale/umano, permette di riconoscersi liberamente nel suo significato simbolico più profondo. Il viaggio verso la conoscenza di una faina, narrato lungo l’intero arco della sua vita, ci fa riflettere sul nostro e le sue domande irrisolte sono quelle del nostro quotidiano.
Quali sono i nostri intenti?
Cosa abbiamo per rispondere alla pretesa di una consapevolezza, di un senso, di un fine? Esclusivamente la parola.
La parola di Dio è da sempre un rifugio per placare il desiderio di autodeterminazione, poiché dispensa dagli interrogativi esistenziali, affidando al mistero della fede ogni pretesa di consapevolezza.
È dunque questo il nostro intento: cercare conforto in qualcosa di più grande di noi?
E se invece alla parola di Dio preferissimo quella dell’Uomo?
“Queste sono parole, appartengono alla carta e restano”, così dice la faina leggendo il libro che raccoglie la vita di volpe. La scrittura ci fa fermare il tempo a modo nostro, permettendoci di raccontare quello che vogliamo, rendendoci padroni della nostra storia. Attraverso la scrittura decidiamo cosa salvare e cosa lasciare scomparire: quale forma dare al passato. In questo senso diventiamo responsabili non solo di ciò che viviamo, ma di ciò che resta di noi. Dunque è questo il nostro intento: trattenere il peso della memoria?
E qual è allora il nostro stupido intento di registi?
Raccontare storie su un palcoscenico per evocare immaginari più grandi di noi, o tentare di fermare il tempo attraverso l’atto creativo, nella speranza di diventare, a nostra volta, memoria?
Sentiamo la responsabilità di portare queste domande sulla scena, per capire se il teatro possa farsi risposta o se, invece, non sia soltanto un altro stupido intento.

Con I miei stupidi intenti, tratto dal romanzo omonimo di Bernardo Zannoni, vincitore del Premio Campiello 2022, la compagnia VicoQuartoMazzini prosegue la sua esplorazione della letteratura contemporanea italiana addentrandosi in un mondo popolato da animali che cercano Dio e poi lo rifiutano, che si sognano uomini e infine preferiscono restare bestie.

Una giovane faina è diventata zoppa mentre cacciava tre uova di pettirosso. A sua madre non serve più e decide di venderla al misero prezzo di una gallina e mezzo. La compra una vecchia volpe usuraia, che decide di mostrarle il suo più grande segreto: un libro sacro, la parola di Dio.
Attraverso la rivelazione della parola e del linguaggio, la faina scopre la percezione del tempo e i suoi paradossi: l’insidia e la consolazione del ricordo, la liberazione e l’abisso della morte. Il potere della scrittura e della lettura diventano la causa e il rimedio, il balsamo e la ferita, la leggerezza e l’oppressione.
È la parabola di un animale che prova ad avvicinarsi a Dio, fallisce, prova di nuovo; di una creatura che ha lo stupido intento di provare ad essere di più di ciò che è.

NOTE DI REGIA

La forza allegorica de I miei stupidi intenti, racchiusa nella dicotomia animale/umano, permette di riconoscersi liberamente nel suo significato simbolico più profondo. Il viaggio verso la conoscenza di una faina, narrato lungo l’intero arco della sua vita, ci fa riflettere sul nostro e le sue domande irrisolte sono quelle del nostro quotidiano.
Quali sono i nostri intenti?
Cosa abbiamo per rispondere alla pretesa di una consapevolezza, di un senso, di un fine? Esclusivamente la parola.
La parola di Dio è da sempre un rifugio per placare il desiderio di autodeterminazione, poiché dispensa dagli interrogativi esistenziali, affidando al mistero della fede ogni pretesa di consapevolezza.
È dunque questo il nostro intento: cercare conforto in qualcosa di più grande di noi?
E se invece alla parola di Dio preferissimo quella dell’Uomo?
“Queste sono parole, appartengono alla carta e restano”, così dice la faina leggendo il libro che raccoglie la vita di volpe. La scrittura ci fa fermare il tempo a modo nostro, permettendoci di raccontare quello che vogliamo, rendendoci padroni della nostra storia. Attraverso la scrittura decidiamo cosa salvare e cosa lasciare scomparire: quale forma dare al passato. In questo senso diventiamo responsabili non solo di ciò che viviamo, ma di ciò che resta di noi. Dunque è questo il nostro intento: trattenere il peso della memoria?
E qual è allora il nostro stupido intento di registi?
Raccontare storie su un palcoscenico per evocare immaginari più grandi di noi, o tentare di fermare il tempo attraverso l’atto creativo, nella speranza di diventare, a nostra volta, memoria?
Sentiamo la responsabilità di portare queste domande sulla scena, per capire se il teatro possa farsi risposta o se, invece, non sia soltanto un altro stupido intento.

PROSSIME DATE

dal 17 al 19 aprile > SARZANA, Teatro Impavidi
dal 21 e 26 aprile  > GENOVA, Teatro Gustavo Modena
29-30 aprile > PORDENONE, Teatro Verdi

Altre date in via di definizione

DEBUTTO / PRIMA NAZIONALE
14-15 aprile 2026
: LUGANO / LAC


 

Lo stupido intento di essere umani

“Questa coerenza, che fa capo a regia e scrittura ma coinvolge tutto il piano dell’espressione scenica, cioè tutto quello che ci viene messo davanti tra luci, suoni voci e volti, (quella cosa che in letteratura chiamiamo stile) essenzializza e rende ancora più leggibili i nuclei di senso della parabola raccontata. Come succede nelle favole: pochi elementi, ma capaci di produrre significati all’infinito. E di raccontarci che imparare a nominare il mondo significa anche entrare in un sistema di dominio, di colpa e di memoria. Che la trasmissione è un dono, ma bisogna volerlo accettare. (…) Ci sono le miserie umane, il lato in ombra delle coscienze. C’è la letteratura e c’è il teatro. Che quando sono sinceri non risolvono con falsa coscienza l’inquietudine di esistere, ma danno senso all’esperienza. Mi pare più attuale di tante cose che marcano il cartellino estetico e tematico dell’attualità e poi mancano l’appuntamento.”

Rossella Menna, Doppiozero

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Siamo ancora animali dentro le nostre caverne

“La messa in scena riesce a stabilire una rapida e implacabile tensione dal primo all’ultimo momento. Collabora a tramarla l’ambientazione sonora, metallica e tellurica di Demetrio Castellucci, le luci di Giulia Pastore capaci di impaginare sapientemente le varie sequenze, e il calibratissimo e attento lavoro degli interpreti, dove resta viva l’impressione di un’ingenua e primitiva istintività accanto alla drammatica lucidità del rapporto con il logos, soprattutto con quello supremo”

Antonio Audino, Il Sole 24 ore

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I miei stupidi intenti o della fuga dall’oblio

“I miei stupidi intenti è uno spettacolo in grado di far emozionare, risvegliando quella natura animale sopita sotto strati di civilizzazione e buon senso, e di insinuare un senso di lotta disperata e inutile contro forze più grandi di noi. Che esista o meno un Dio che veglia (o ci ignora) dall’alto del suo trono celeste, la consapevolezza di un qualcosa di più grande che sfugge al controllo umano e alla nostra comprensione, seppur maggiore di quella animale, ci condanna a brancolare nel buio. In fondo, non siamo così diversi da Archy che, affidando le sue memorie alla parola scritta, spera di sfuggire alla morsa dell’oblio. Impugniamo la penna, dunque, e scriviamo la nostra storia. Fino all’ultimo respiro, o meglio, al punto finale.”

Letizia Chiarlone, Teatro e Critica

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Se un animale prova ad essere altro da ciò che è

“Lo spettacolo stupisce, commuove e interroga. Perché si percepisce sin dall’inizio l’esistenza di un filo esistenziale che unisce i personaggi e segue lo sviluppo della storia: è il desiderio-bisogno di un’appartenenza a qualcuno, un Dio, appunto, ma anche un padre, una madre, un maestro.”

Fulvio Fulvi, Avvenire

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Intenti stupidi quanto mai umani

“Oltre alle atmosfere – plasmate dalle luci di Giulia Pastore e dalle musiche originali di Demetrio Castellucci -, concorrono alla riuscita dello spettacolo gli attori, che offrono una prova degna di nota.”

Marco Menini, Krapp’s Last Post

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I miei stupidi intenti e le sue scelte, dalla pagina alla scena

“A risaltare è la vividezza dei personaggi, dei loro interrogativi e delle fragilità, della fame di darsi senso anche quando questo comporta farsi crudeli ed esercitare potere o far disperdere un vecchio amico nel nulla di una ricerca impossibile del suo passato, o avere la necessità di strappare qualcuno alle proprie radici solo per fame o disinteresse, o per modellarlo alla propria necessità senza per questo non saper dimostrare amore.
C’è un concentrato di umanità nelle sue contraddizioni e complessità, che sa interrogare ed emozionare, grazie alla scelta operata a monte che ne evita la dispersione, ma forse soprattutto all’interpretazione ispirata dei protagonisti.”

Chiara Palumbo, Art a part of culture

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La misteriosa potenza della parola

“È difficile tradurre in parole quello che si prova davanti a questo spettacolo. Si ha l’impressione che sia più grande di quanto è in scena, di quanto vediamo. Sembra che ciò che rimane oltre la storia sia di una tale portata che non possa essere racchiuso in parole, in un giudizio critico. Una potenza misteriosa. E comunque, una certezza: essere messi a disagio da uno spettacolo teatrale è un privilegio; sentire il baricentro spostarsi e perdere l’equilibrio nella limpidezza di una scena costruita senza retorica, viva nella sua esatta bellezza, è un vero dono.”

Susanna Pietrosanti, Gufetto Press

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La vecchia volpe, la giovane faina, i loro stupidi intenti

“Quanti significati fiabeschi e morali si agitano nella nostra testa mentre vediamo Volpe (Leonardo Capuano) sillabare per Faina (Gabriele Paolocà) i segni di un alfabeto, tracciato prima col sangue, poi con il succo delle bacche. Quante paure si scatenano in noi, mentre la silhouette minacciosa di Lince si profila all’ingresso della tana. Quale sapienza animale si riversa nell’enciclopedia delle piante e delle erbe che Istrice (Michele Altamura) finirà con il comporre grazie alla parola. E quante delle nostre storie riconosciamo in Cane (Jonathan Lazzini) che si adatta, domesticamente, ai più ingrati lavori. […] Si ripete con I miei stupidi intenti la perseveranza che aveva già spinto Altamura, Paolocà e Dalisi a trasporre a teatro un romanzo italiano contemporaneo, altrettanto stratificato, per quanto molto diverso: La Ferocia di Nicola Lagioia.”

Roberto Canziani, Quantescene

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Se la scoperta della scrittura per la faina è una dannazione

“Il taglio registico, con una scena (disegnata da Daniele Spanò), crea un “non luogo” tra rovina metropolitana, bunker postatomico e anfratti degradati, nel chiaroscuro delle luci di Giulia Pastore, nel sottile senso di minaccia della tessitura musicale azzeccata di Demetrio Castellucci. La bravura degli attori amplifica la favola in un noir di creature brutte sporche e cattive, dove la “ferocia” è di tutti.”

Mario De Santis, Huffington Post

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I miei stupidi intenti di VicoQuartoMazzini

“I miei stupidi intenti è uno spettacolo che conferma la centralità dei VicoQuartoMazzini nel panorama teatrale italiano. È un lavoro che unisce rigore e immaginazione, pensiero e visione, filosofia e carne.
Un rito laico che non offre risposte, ma apre varchi: verso l’ombra, verso la domanda, verso quella zona in cui l’animale e l’umano si guardano senza riconoscersi. ”

Giuliano Angeletti, Corriere dello Spettacolo

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CONTATTI
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